Appunti da : Repubblica
Secondo Scientific American, il crescente controllo governativo e aziendale sulla Rete ne ha ormai compromesso la decentralizzazione. Un antidoto potrebbe venire dal mesh networking, sistema in cui tutti gli utenti diventano "staffettisti" dei dati. A patto di rinunciare alla pigrizia
di GIULIA BELARDELLI
Eben Moglen
CREARE un web-ombra che sia immune a ogni bavaglio e sappia restituire a Internet il fascino della sua promessa originale: l'inarrestabilità. A questa missione, resa ancor più attuale dai recenti episodi di censura (dall'Egitto alla Siria), si dedica una piccola ma agguerrita comunità di attivisti digitali. Ad accomunarli è la convinzione che negli ultimi due decenni Internet abbia piegato la testa di fronte alle logiche commerciali del sistema ISP (Internet Service Provider), che ha concentrato nelle mani di poche grandi aziende il potere di gestire il traffico di enormi quantità di dati.
Nel suo numero di marzo, la rivista Scientific American accende i riflettori su una delle alternative a cui l'attivismo digitale crede di più: le cosiddette "wireless mesh network", reti nelle quali gli utenti si collegano direttamente gli uni agli altri senza l'intermediazione di service provider. Lo sviluppo di queste reti (che in italiano possiamo definire "a maglia") presenta diversi vantaggi, ma anche una serie di sfide che varia di volta in volta a seconda dell'utilizzo che se ne immagina. Questa variabilità emerge già nelle anime dei due progetti di mesh networking ad oggi più avanzati: Commotion (finanziato dal Dipartimento di Stato Usa) e FreedomBox (creatura figlia della Free Software Foundation). Come spiega chiaramente Julian Dibbell, autore dello speciale di Scientific American,
La minaccia della censura.
Secondo molti attivisti, il momento topico nella storia della censura
di Internet ha una data precisa: il 28 gennaio 2011. Quella mattina il
governo egiziano, dopo tre giorni di proteste anti-regime organizzate
soprattutto su Facebook e altri social network, fece qualcosa che non si
era mai visto prima: tolse la spina a Internet. Ancora oggi non si sa
esattamente cosa accadde quel giorno, ma sembra che sia bastata una
manciata di telefonate "ai numeri giusti" - quelli dei cinque più grandi
Internet provider del paese - per lasciare il 93% della popolazione al
"buio digitale". Per fortuna, alla fine il blackout servì a poco: il
giorno dopo Tahrir Square fu invasa da una folla enorme e i manifestanti
ebbero la meglio. Si trattò però di una grande lezione sulla
"vulnerabilità di Internet al controllo dall'alto". Il pericolo era
ormai sotto gli occhi di tutti.
Un altro esempio si è avuto
durante la rivoluzione tunisina, anche se le autorità scelsero un
approccio più mirato bloccando solo alcuni siti dall'Internet nazionale.
Il governo iraniano, invece, durante le proteste post elettorali del
2009, rallentò il traffico in tutto il paese, piuttosto che fermarlo
tout court. Senza parlare della Cina, dove il "Golden Shield Project"
(il "Grande Firewall") consente da anni al governo di bloccare qualsiasi
sito gli sia sgradito. O ancora della Siria, che in questo preciso
momento ostacola la libera circolazione delle informazioni con una fitta
coltre di blocchi. Nelle democrazie occidentali - precisa Dibbell - il
controllo non è certo a questi livelli, sebbene il consolidamento dei
service provider abbia permesso a un ristretto gruppo di aziende di
controllare porzioni sempre più grandi di traffico, dando ai privati la
possibilità di favorire i propri partner a spese della concorrenza e
rendendoli suscettibili alle lusinghe (o alle minacce) del potere.
La promessa tradita.
Per capire la delusione degli attivisti nei confronti del volto odierno
della Rete bisogna tornare alle sue origini, in particolare a quella
decentralizzazione che ne fu uno dei principi ispiratori. Almeno in
parte, infatti, Internet affonda le sue radici nell'epoca della Guerra
Fredda, quando i due blocchi erano in cerca di un'infrastruttura così
robusta da resistere persino a un attacco nucleare. Di qui la necessità
(tecnicamente realizzata poi con il protocollo TCP/IP) di sviluppare un
sistema che fosse capace di continuare a trasportare dati al di là di
quanti nodi venissero bloccati e di quale fosse la causa (regime
repressivo piuttosto che attacco nucleare). Secondo l'attivista per i
diritti digitali John Gilmore, Internet, dotata di questa
infrastruttura, sarebbe stata capace di "interpretare la censura come un
guasto e per questo aggirarla". Con il senno di poi, possiamo dire che
le cose non sono andate esattamente così.
Internet centralizzata, i rischi.
Negli ultimi due decenni, infatti, la Rete è cresciuta secondo il
modello dei grandi Internet service provider, in cui la macchina del
cliente non è più un nodo su cui fare affidamento, ma un ramo morto
configurato solo per mandare e ricevere tramite macchine di proprietà
del provider. In pratica - spiega ancora Dibbell - oggi la maggior parte
degli utenti individuali esiste ai margini del network ed è connessa
agli altri solo attraverso uno di questi provider: se il collegamento
viene bloccato, per queste persone l'accesso a internet scompare.
Piuttosto che rafforzare le difese immunitarie di Internet, insomma, il
sistema ISP è diventato l'interruttore d'emergenza con cui spegnerla.
Scoprendo il mesh networking.
È per contrastare questi pericoli che alcuni gruppi puntano sulle
potenzialità dei "wireless mesh network" (reti wireless a maglie),
semplici sistemi che connettono gli utenti finali gli uni agli altri e
aggirano automaticamente ogni tipo di blocco e censura dando a tutti i
nodi lo stesso peso. Il mesh networking è una tecnologia relativamente
giovane, ma il suo principio è lo stesso che ha ispirato la nascita di
Internet, ovvero l'instradamento di pacchetti di dati in modalità
"store-and-forward" ("immagazzina e rinvia"), in cui ogni computer
connesso alla rete è in grado non solo di mandare e ricevere dati, ma
anche di fare affidamento sugli altri computer connessi. Una rete a
maglie, in particolare, fa in modo che tutti gli utenti agiscano come
"staffettisti" dei dati, abbandonando i panni del "consumatore di
Internet" per vestire quelli del "provider fai-da-te".
Commotion, l'Internet in valigia.
Negli Stati Uniti il mesh networking è promosso soprattutto dalla New
America Foundation, influente think tank che è riuscito a ottenere un
finanziamento dal Dipartimento di Stato di 2 milioni di dollari per il
suo progetto: Commotion 1.
Il principale ideatore è Sascha Meinrath, ex studente della University
of Illinois e fautore della Champaign-Urbana Community Wireless Network,
una delle prime reti a maglia degli Usa. Nel 2005 portò la tecnologia
nella Louisiana devastata dall'uragano Katrina, allestendo una rete mesh
che riabilitò le telecomunicazioni lungo un'area di 60 chilometri
all'indomani della tragedia.
"L'obiettivo a breve termine del
progetto è sviluppare una tecnologia capace di circumnavigare ogni tipo
di interruttore-killer o sorveglianza centrale", ha spiegato Meinrath.
Per questo, insieme ad altri progettisti, ha creato un prototipo
chiamato "Internet in valigia", un kit composto dallo stretto
indispensabile per mettere in piedi delle comunicazioni wireless e
sufficientemente piccolo da sfuggire a ben altre maglie, quelle dei
controlli doganali. Una volta introdotto nel territorio di un governo
repressivo, i dissidenti e gli attivisti sarebbero in grado di fornire
una copertura Internet inarrestabile. Il sistema contenuto nella
valigetta è abbastanza semplice da installare e utilizzare: secondo
Meinrath, qualsiasi appassionato di tecnologia sarebbe capace di
metterlo in funzione. L'obiettivo finale, però, è rendere il sistema
ancora più accessibile alla maggioranza. Come? "Sintetizzando questo
passaggio in una semplice applicazione che pigiando un tasto faccia
diventare i nostri stessi dispositivi (computer, smartphone, tablet,
wireless router, e così via) parte integrante dell'infrastruttura", ha
spiegato Meinrath.
FreedomBox, una lotta per la libertà. Ancora più rivoluzionario è FreedomBox 2,
progetto avviato da Eben Moglen, professore di Legge alla Columbia
University di New York. Anche in questo caso si tratta di un prototipo
grande quanto un mattone e dal costo di 149 dollari (destinato, dicono i
creatori, a scendere presto a meno della metà). Al di là della promessa
di libertà della scatola, la vera rivoluzione è nei codici di
programmazione che si porta dietro: se inseriti nelle CPU dei diversi
dispositivi, questi diventerebbero infatti delle FreedomBox a pieno
titolo. In questo modo - immagina Moglen - ogni oggetto dotato di
indirizzo IP (tra cui anche i più recenti frigoriferi) potrebbe entrare
in rete e aprire di fatto la porta alla decentralizzazione non solo del
traffico delle comunicazioni, ma anche dei dati stessi, rendendo così
realtà l'Internet delle Cose 3.
Ovviamente si tratta di uno scenario ipotetico, la cui fattibilità
dipenderà dalla "volontà politica delle nuove generazioni".
La
condanna, qui, è anche per servizi cloud come Facebook e Google, che
secondo gli attivisti minacciano la privacy e la libertà d'espressione
almeno quanto la concentrazione del traffico nei service provider. La speranza di Moglen e colleghi è che i giovani si rendano conto che
non vale la pena barattare privacy e libertà in cambio della facilità di
utilizzo, e che scelgano di dare vita a un movimento politico per certi
versi somigliante a quello ambientalista. Di strada da fare ce n'è
molta - ammettono dalla FreedomBox Foundation - ma a quanto pare ci sono
schiere di giovani programmatori pronti a darsi da fare. Se davvero ci
sarà un web-ombra, d'altronde, spetterà a loro il compito di costruirlo,
mattone dopo mattone.
(18 febbraio 2012)
Mah. Questi scienziati per ora mi sembrano dei Nobel ma ...di ingenuità, puerile, per giunta. Ho letto bene? Progetti finanziati dal Dipartimento di Stato USA? OK. Allora ragazzi la sveglia al collo vi serve davvero. Pensare di creare una rete - come dite? - "immune da ogni bavaglio" con queste premesse è come inventare un sistema a difesa dei polli all'ombra benevola del culo della volpe.
RispondiEliminaRidicolo. Ridicolo. Ridicolo.